XI DOMENICA
DEL TEMPO ORDINARIO – A
Hai fatto di noi un regno di sacerdoti e una nazione santa
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- Ogni Domenica è celebrazione della Pasqua, è esperienza della presenza del Risorto. Il Tempo ordinario riprende e rinnova in noi la vocazione pasquale alla fedeltà coraggiosa. E’ bene ricordare le caratteristiche di questo tempo liturgico e dare qualche suggerimento circa la preparazione e la celebrazione delle Domeniche. Sembrerà, probabilmente, superfluo ricordare ogni anno le stesse cose… ma la “prassi” insegna che è bene ricordare e mettere in chiaro alcuni punti.
- Tempo dell’ascolto e della testimonianza, il Tempo Ordinario o tempo “durante l’anno” (per annum), contrariamente a quanto si potrebbe credere, è un tempo di particolare importanza a cui forse non si dà la dovuta attenzione. Costretto tra i grandi eventi dei tempi forti, Avvento-Natale e Quaresima-Pasqua, potrebbe apparire nell’immaginario collettivo dei fedeli un tempo meno “forte”, di secondaria importanza. Anche l’appellativo “ordinario” probabilmente trae in inganno, come se stesse a indicare una contrapposizione con la straordinarietà delle celebrazioni del Mistero dell’incarnazione, morte e risurrezione del Signore. In realtà, senza il Tempo Ordinario non si comprenderebbe appieno la celebrazione del Mistero di Cristo che avviene nell’Anno liturgico nella sua interezza, né avrebbe senso la vita dei credenti; che senso avrebbe se il Natale e la Pasqua fossero vissuti come momenti isolati dai giorni ordinari, senza coinvolgere e permeare l’intera esistenza dei singoli fedeli e di tutta la comunità ecclesiale. D’altronde, nei primi secoli dopo Cristo, prima che l’Anno liturgico fosse strutturato intorno ai tempi forti, le Domeniche non avevano alcun titolo e venivano denominate a seconda della festa che le precedeva o le seguiva, ma non per questo erano ritenute poco importanti. Di fatto, ogni Domenica (la prima e più antica festa dei cristiani… non dimentichiamolo!!!) dell’anno, in quanto celebrazione settimanale della Pasqua del Signore, ha in sé il suo incommensurabile valore. Tuttavia, bisogna attendere la riforma del Concilio Vaticano II che ha restituito il carattere pasquale ad ogni Domenica, affinché le Domeniche del tempo che oggi chiamiamo “Ordinario” ricevessero una continuità che desse spessore al periodo più lungo dell’Anno liturgico. Il Tempo Ordinario, infatti, abbraccia 33 o 34 settimane, sulle complessive cinquantadue del ciclo liturgico: inizia il lunedì dopo la Domenica in cui si celebra il Battesimo del Signore e si protrae fino al martedì che precede il Mercoledì delle ceneri, quando si interrompe con l’inizio della Quaresima, per poi riprendere il lunedì dopo la Domenica di Pentecoste, che chiude il tempo di Pasqua, fino alla fine ovvero il sabato che precede la Prima Domenica di Avvento, inizio del nuovo Anno liturgico.
- La peculiare fisionomia del Tempo Ordinario è data dalla lettura più o meno continua di un testo biblico interrotta dal ciclo pasquale che nulla toglie alla continuità degli eventi, ma anzi dà nuova luce a tutti i momenti della vita terrena del Signore, svelando il fine escatologico della sua missione che nella morte e risurrezione trova il suo culmine. Anteriore alla strutturazione dei cicli dei tempi forti, il Tempo Ordinario è dunque anch’esso un tempo significativo che, evocando progressivamente la vita di Cristo in opere e parole, chiama la comunità dei fedeli all’ascolto e alla testimonianza quotidiana del proprio credo lungo il cammino che conduce alla celebrazione dei grandi misteri della redenzione. Infatti, se nei cosiddetti “tempi forti” celebriamo solo qualche aspetto del Mistero di Cristo, nel Tempo Ordinario contempliamo e celebriamo lo stesso Mistero di Cristo nella sua interezza, nella sua identità più genuina appartenente alle prime comunità cristiane. In un mondo ingiusto e malato di egoismo seguire il Signore per compiere la volontà di Dio significa, allora, porsi in umile ascolto della sua Parola e operare il miracolo della compassione, della solidarietà, della giustizia che genera pace. Mai come in questo nostro tempo, in cui si tende ad accendere i riflettori su eventi straordinari per distogliere l’attenzione dai problemi reali di un’umanità sofferente e dal vuoto interiore che caratterizza le nuove generazioni, è quanto mai importante connotare anche il tempo Ordinario come tempo altrettanto “forte”, perché i fedeli comprendano che non esiste un tempo per credere e uno per vivere. Per seguire Cristo non è necessario fare cose straordinarie, ma bisogna rendere straordinario l’ordinario, con piccoli gesti di amore, nella quotidianità della vita, là dove il Signore ci chiama.
- L’una dopo l’altra, le Domeniche del Tempo Ordinario, con le parabole sul regno di Dio, i miracoli di Gesù e i suoi insegnamenti sul valore della condivisione, ci inducono a riflettere sul significato profondo della nostra fede. Passo dopo passo la Parola del Maestro ci aiuta a comprendere se onoriamo Dio con le labbra o con il cuore. E mentre la Parola, come un seme che cade in terra buona, produce i suoi frutti, il nostro cammino alla sequela di Cristo prosegue tra inciampi e cadute, ma a nostra insaputa, «di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce» (Mc 4,27). Chi, allora, davvero crede in Cristo, sa che il suo regno non è di questo mondo e con questa certezza nel cuore affronta ogni difficoltà, ogni tristezza, ogni dolore perché di essi è il regno dei cieli, come ci ricorda la straordinaria pagina delle beatitudini nella IV Domenica del Tempo Ordinario scorsa e nella solennità di Tutti i Santi, che sembra aprire la strada all’ultima Domenica del tempo Ordinario, quando con la solennità di Cristo Re, Signore del tempo e della storia, alfa e omega, inizio e fine, si chiude l’Anno liturgico. Il Tempo Ordinario è, pertanto, il tempo della santificazione quotidiana e della perseveranza, rappresenta il pellegrinaggio del cristiano verso la méta finale. Questo ci aiuta ad assimilare e meditare i misteri della vita di Gesù attraverso la lettura progressiva e quasi continua che ogni Domenica si fa della sua Parola (nel ciclo “A”, quello in corso, siamo guidati dal Vangelo secondo Matteo). E’ anche il tempo dell’approfondimento della fede che siamo chiamati a vivere nelle nostre Comunità, per calare nella vita quotidiana i misteri della Redenzione che abbiamo celebrato nel tempo di Avvento/Natale e nel tempo di Quaresima/Pasqua.
- Una parola-chiave unifica le Letture di questa Domenica: “Popolo di sacerdoti” (Prima Lettura). L’autore immagina il popolo di Israele nella compagine delle altre nazioni, come era la tribù sacerdotale nel popolo eletto. Tutte le tribù appartengono a Dio, ma solo i sacerdoti si avvicinano a lui. Così tutta l’umanità è “proprietà” di Dio, ma solo il popolo eletto può incontrarlo nella Liturgia e nella Parola, stare davanti a lui come rappresentante di tutta l’umanità ed essere “segno” ai popoli dei voleri divini. Gli avvenimenti dell’Esodo e del Sinai servono soprattutto alla “elezione” del popolo e comportano una separazione (v. 5), che si attua in un particolare stile di vita che aiuta a testimoniare il disegno di Dio nell’uomo. Questa consacrazione non isola il popolo, ma ne fa un “segno” dell’umanità davanti al Signore, e un testimone del Signore davanti alle nazioni.
- Nel Vangelo vengono presentati gli inizi del nuovo “popolo sacerdotale”. Gli apostoli, eletti e chiamati direttamente da Gesù, sono i fondamenti di questo popolo che si raccoglie attorno al nuovo Mosè. Questo popolo non è soltanto “segno” e depositario della nuova alleanza fra Dio e l’umanità, ma è un popolo di “missionari”, di “annunciatori” che abbraccia tutti i popoli della terra. Come fa a riguardo dei pescatori chiamati a diventare pescatori di uomini, Cristo invita i mietitori di grano a diventare mietitori spirituali. Il dinamismo missionario e il servizio attivo dell’annuncio sono le caratteristiche del nuovo popolo. Diversamente dai rabbini del suo tempo, che si circondavano di alcuni discepoli in una scuola o alla porta della città, Gesù vuol essere un “Rabbì” itinerante. Non si tratta di aspettare che gli ascoltatori vengano a lui, bisogna andare loro incontro e avvicinarli nella loro situazione di vita. Cristo non è, dunque, come i sacerdoti del tempio che ricevono materia di sacrificio e danaro dai fedeli, senza occuparsi della loro salvezza. Non è neppure come i farisei che si occupano prevalentemente delle élites. Egli va alle “pecore smarrite” di Israele: smarrite e trascurate. La missione per ora riguarda solo le pecore di Israele. Gesù non va, per ora, direttamente verso i pagani e i samaritani, ma con la sua morte e risurrezione il suo annuncio e la sua azione si estenderanno alle dimensioni del mondo.
- Questo popolo ha per capo Cristo, ha per condizione la dignità e la libertà dei figli di Dio nei cuori dei quali dimora lo Spirito Santo, ha per legge il nuovo precetto di amare come lo stesso Cristo ci ha amati, ha per fine il Regno di Dio da dilatare sulla terra; è per tutta l’umanità un germe di unità, di speranza, di salvezza; è strumento di redenzione per tutti e cammina verso la città futura; è sacramento visibile di questa unità di salvezza (cfr. LG 9b). Il nuovo “popolo sacerdotale”, la Chiesa, non è un’entità separata dal mondo, chiusa in sé stessa. Chiesa e mondo s’intersecano a vicenda. La Chiesa esiste nel mondo e vi svolge la sua missione e il mondo non può raggiungere la sua piena realizzazione se la Chiesa non lo fermenta con lo Spirito del Vangelo. «I cristiani — si dice nella lettera a Diogneto — sono l’anima dei mondo». Ora il senso della Chiesa è quello di condurre il mondo a Dio, quello di essere la via d’accesso verso l’incontro con Dio. Per questo, «quando la Chiesa prende coscienza di sé, diventa missionaria» (S. Paolo VI papa) e si fa dialogo con il mondo. Più che una “cittadella fortificata”, posta sopra il monte, dalla quale i cristiani fanno ogni tanto una sortita per dimostrare che sono ancora vivi e attivi, la Chiesa è fermento, che penetra il mondo dal di dentro; è come il sale disperso nella massa che la pervade della sua virtù e la prepara all’incontro con Dio. La Chiesa, assistita dallo Spirito Santo, resa vigilante dall’esame di coscienza del Concilio, scruta i segni dei tempi e si sforza di interpretarli alla luce del Vangelo, per cogliere ogni occasione, perché la grazia non passi invano. Ma non solo la Chiesa nel suo complesso è missionaria: ogni cristiano, giustificato da Cristo (Seconda Lettura), è chiamato a collaborare, nella vita presente, alla costruzione del Regno. Lui è segno che deve risplendere agli occhi di tutti; è “mandato” ad annunciare la Parola, è “responsabile” della Parola (RdC 2). Deve portare nell’ambiente in cui vive e opera quel calore e impegno che Cristo ha portato, così da riconoscere Cristo in chiunque e in qualunque modo ha bisogno del nostro interessamento.
- “Vocazione”, nel linguaggio tecnico, indica l’azione di chiamare. Ma nel linguaggio comune il termine non fa più riferimento alla chiamata, bensì alla risposta. Il termine, poi, non si riferisce semplicemente a determinate categorie (preti, suore, consacrati…). La “vocazione” non sta ad indicare un “fare” ma un “essere”. Unica è la vocazione cristiana: «Tutti i fedeli di qualsiasi stato sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfetta carità» (LG 40). Il popolo di Dio, la Chiesa, è il primo chiamato, è la vocazione originale che dà l’input alla missione del Cristo. Nel vasto compito della missione, Gesù non invia esperti pianificatori, ma degli oranti: «Pregate, dunque…». Due verbi sono fondamentali per il cristiano di sempre: pregare e andare.
- Oggi dobbiamo stare attenti a non restringere le tonalità intense della Liturgia della Parola all’invito a pregare per le vocazioni sacerdotali. È evidente che la lettura incrociata di AT e NT, di Prima Lettura e Vangelo, spostano l’attenzione sul popolo di Dio come popolo sacerdotale, ma anche profetico (Vangelo). E’ un popolo chiamato a servire Dio, cioè a riconoscerne il vero volto, in mezzo alle nazioni. È un popolo che ha la missione di annunciare il Santo con la “santità” della vita, con una “separazione” che non è paura di mischiarsi col mondo, così come la tribù di Levi è dispersa in Israele e non ha terra propria e come il nuovo Israele che, disseminato tra le nazioni, è come l’anima del mondo.
- Alla luce della Parola che la Liturgia oggi ci consegna, una delle domande che le nostre Comunità potrebbero porsi, soprattutto nel contesto del cammino sinodale: la nostra Parrocchia, i nostri gruppi, i singoli credenti che ogni Domenica si raccolgono attorno all’altare del Signore, sanno essere trasparenti nella gratuità? Nelle scelte che si compiono, nelle proposte, nelle priorità che si individuano si possono intravedere i gesti di Gesù, la sua presenza, la sua compassione? Accogliendo l’invito di Gesù alla missione ciascuno di noi dovrebbe esaminare sé stesso riguardo al comando «fate questo in memoria di me», perché l’oggetto dell’imperativo «fate» non è solo il gesto dello spezzare del pane che compiamo ogni Domenica, ma, a partire da questo, l’accoglienza del «rinnovato impulso a donarsi» (Evangelii gaudium, 24).
- Gli animatori liturgici insieme con tutti gli operatori pastorali oggi, più che inventare segni e provocazioni nuovi per l’assemblea, dovrebbero interrogarsi sul senso stesso del loro servizio nella Liturgia, nella Catechesi e nella Carità: sono a servizio del sacerdozio dei fedeli, sono a disposizione dell’assemblea, anzi, ne sono parte. Se riconoscono la dignità “sacerdotale” di qualsiasi gruppo di credenti che si riunisce, coloro che hanno un ministero o compito proprio lo svolgeranno per forza come servizio e non come privilegio.
- Non è certo una Domenica di grandi solennità, ma potremmo pensare in sede di programmazione dell’animazione liturgica come ornare non il solito presbiterio / altare, ma l’aula stessa dei fedeli, per rimarcare che l’assemblea eucaristica è segno, profezia e realizzazione del progetto di Dio di fare dell’umanità il suo popolo eletto.
- Visto che contiene un esplicito richiamo scritturistico a 1Pt 2,9-10 e a Es 19,6, è opportuno usare il Prefazio per le Domeniche del Tempo Ordinario I e visto il contenuto dell’anamnesi è quasi d’obbligo farlo seguire dalla Preghiera Eucaristica Seconda: «Memores igitur mortis et resurrectionis eius, tibi, Domine, panem vitae et calicem salutis offerimus, gratias agentes quia nos dignos habuisti astare coram te et tibi ministrare» (celebrando il memoriale della morte e risurrezione del tuo Figlio ti offriamo, Padre, il pane della vita e il calice della salvezza, e ti rendiamo grazie perché ci hai resi degni di stare davanti a te e di servirti come sacerdoti).
TESTI E MATERIALI
RITI DI INTRODUZIONE E DI CONCLUSIONE
** Riti di Introduzione XI TO A Riti introduzione
** Riti di conclusione
SALMO RESPONSORIALE
** Prima proposta, da Psallite
partitura Salmo XI TO A Psallite
audio
** seconda proposta, da Lodate Dio Salmo XI TO A LD
** terza proposta, dal maestro Impagliatelli: Salmo XI TO A Impagliatelli
PREGHIERA DEI FEDELI
** prima proposta XI TO A Pdf 1 2026
** seconda proposta XI TO A Pdf 2
** terza proposta, da orazionale Cei Tempo Ordinario XI OR CEI

