XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – A
12 Luglio 2026
«Il seminatore uscì a seminare»
- Pur non essendoci un parallelismo diretto e preciso fra la simbologia della pioggia, che irriga la terra e fa germogliare il grano (Prima Lettura) e la parabola evangelica del seme gettato in terreni differenti, tuttavia nell’una come nell’altra pagina viene posto al centro l’argomento della Parola di Dio. Con almeno tre aspetti della fede ebraica e cristiana, che ambedue i testi citati danno per riconosciuti e professati: anzitutto, che l’iniziativa di irrigare la terra con la pioggia e la neve, o di seminarvi il grano, viene dall’alto (da Dio, o dal Signore Gesù “divino Seminatore”); non si parla nei due casi di un calcolo previo e selettivo circa i terreni, relativo alla loro possibilità produttiva e si avverte in Colui che interviene fiducia e stima verso ogni genere di terreno; né sono programmati tempi brevi o simultanei quanto a raccogliere il frutto dai campi irrigati e seminati. Esiste, dunque, e viene accettata l’ipotesi che ogni terreno abbia tempi suoi propri di recezione — della pioggia o del grano — e quindi del suo fruttificare. Simili chiarimenti sul contenuto dei due testi della Liturgia della Parola assumono sempre più il carattere di precisazioni e di criteri nell’accostarsi alla lettura e all’ascolto della Parola di Dio. Non è, infatti, infrequente il rischio di leggere o cantare il testo stupendo di Isaia (Prima Lettura) senza accorgersi che lo stile di intervento divino che vi si rivela è radicalmente differente da quello umano. Lo stesso si dica a proposito della parabola circa il grano, quando a seminarlo è il Signore Gesù. Si potrebbe finire, allora, sui binari morti dell’informazione, segnalando in modo dettagliato e competente a lettori e uditori quale genere di agricoltura fosse in uso in Palestina e soprattutto in Galilea al tempo di Gesù; o magari disquisendo sulle stagioni della pioggia nell’antico Vicino Oriente, mentre le pagine bibliche sono state redatte per guidare verso la soglia del misterioso agire divino, anche attuale, e suscitare l’attenzione.
- «Hanno la bocca e non parlano» (Sal 113B,5). Questa satira degli “idoli muti” sottolinea per contrasto uno dei tratti più caratteristici del Dio vivente. Egli parla agli uomini. Si rivela non soltanto nel linguaggio silenzioso della natura e dei segni creaturali; egli “parla” con i suoi interventi storici di salvezza e di misericordia, di richiamo e di castigo. Egli parla nell’Antico Testamento attraverso i profeti, suoi privilegiati mediatori e quasi suoi porta-parola. Parla loro in sogni e visioni (Nm 16,6); si rivela nelle ispirazioni personali (2 Re 3,15); a Mosè parla «bocca a bocca» (Nm 12,8).
- Nell’Antico Testamento la Parola di Dio è anzitutto un fatto, una esperienza: Dio parla direttamente a uomini privilegiati e per mezzo loro a tutto il suo popolo. La centralità della Parola di Dio nell’Antico Testamento prepara il fatto sconvolgente del Nuovo Testamento, dove questa parola — il Verbo — diventa carne. Le Letture di oggi ci invitano ad approfondire in maniera unitaria il tema della Parola. Nella storia della Chiesa le epoche di “aggiornamento” hanno sempre portato ad una restaurazione dell’ascolto e del confronto con la Parola di Dio. E’ quello che sta avvenendo oggi. Lo prova il fervore di studi provocati dal Concilio e lo conferma la riforma liturgica che si sforza di ridare alla celebrazione della Parola il posto che le compete.
- Anche oggi, come al tempo di Gesù, è la Parola che convoca e raduna la Chiesa attorno al Padre, ed è nell’approfondimento della Parola che i cristiani prendono coscienza di essere Famiglia di Dio, suo nuovo popolo di salvati. E’ ancora l’atteggiamento nei confronti della Parola (di indifferenza, di rifiuto, di trascuratezza, o di accoglienza) che definisce la nostra posizione nel Regno di Dio (Vangelo).
- All’atteggiamento di non-ascolto o di rigetto della Parola di Dio ai tempi di Gesù, fa riscontro ai nostri giorni un atteggiamento di indifferenza e di non-comprensione della Parola da parte dell’uomo moderno. A volte i pastori, i predicatori e i missionari hanno l’impressione di parlare una lingua straniera all’uomo d’oggi. I cristiani stessi hanno la sensazione che c’è una specie di divario tra la loro vita di tutti i giorni e la Parola che viene loro annunciata nell’assemblea eucaristica; sembra troppo legata ad altri tempi, appare statica e senza impatto sulla vita reale. E’ la Parola di Dio che viene messa in causa? o è soltanto l’incontro con il mondo e l’uomo moderno che non ha ancora trovato la giusta lunghezza d’onda?
- Nel corso dei secoli del cristianesimo, la teologia della Parola ha messo l’accento quasi esclusivamente sulla proclamazione della Parola. La Parola era oggetto di una predicazione: un “dato” che deve essere consegnato fedelmente, trasmesso come un deposito prezioso. La vita del cristiano, la sua esperienza quotidiana era vista solo come un terreno in cui la Parola veniva messa in pratica. La esperienza, la vita, l’esistenza concreta non erano viste come “parlanti” e neppure come rivelatrici di nuovi aspetti e significati della Parola. Dio parlava soltanto là dove la Parola era proclamata, là dove le Scritture erano lette e commentate. Da qualche tempo si sta verificando una svolta nella considerazione e nella comprensione della Parola di Dio… il recente Sinodo dei Vescovi e l’esortazione apostolica post-sinodale “Verbum Domini” ci incoraggiano a ri-mettere in discussione la Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa! Si riscopre che il Dio della fede parla innanzi tutto nell’evento, cioè attraverso la storia, la vita vissuta del popolo di Dio, imbarcato nell’unica avventura degli uomini. Nella prassi pastorale e, soprattutto, nella catechesi l’esperienza dell’uomo viene assunta sempre più completamente, non solo come espediente didattico o come aggancio psicologico, ma veramente come il luogo privilegiato dove la Parola di Dio si manifesta in tutta la sua ricchezza e potenza. Ad una catechesi intesa come un parlare di Dio e un ascoltare dell’uomo, viene gradualmente sostituendosi una catechesi più incarnata nelle situazioni, più attenta ai problemi dell’uomo, cioè più “antropologica”, che potremmo esprimere nel modo seguente: L’uomo interroga e Dio risponde. Capita, cioè, un rovesciamento di prospettive, a tutto favore di una più profonda comprensione della Parola di Dio. Il messaggio deve illuminare l’esistenza. L’esperienza non viene messa a servizio del messaggio per illustrarlo, ma è il messaggio piuttosto che viene utilizzato per conferire all’esistenza tutta la significazione che ha nella fede. Solo così la Parola è veramente annunciata, perché solo così risuona nel profondo dell’esperienza dell’uomo d’oggi.
- Se, come dice s. Gregorio Magno, «la Scrittura cresce con chi la legge», e il vero leggente è la Chiesa, allora una delle modalità di ascolto della Parola di Dio è viverla nei modi e nelle forme celebrative attraverso le quali la Liturgia la rende attuale. È necessario lasciarsi provocare e, senza creare scompiglio, rinnovare la propria e altrui fede nell’efficacia della Parola, che sotto l’azione dello Spirito, rivisita la Chiesa e la sospinge sul cammino che Cristo le ha tracciato. La responsabilità finale dell’accoglienza o non accoglienza della Parola è affidata a ciascuno di noi! La nostra assemblea è il campo in cui Gesù sparge il buon seme: nella Liturgia della Parola accogliamo in noi il seme-Parola, disposti a lasciarlo crescere e produrre frutto; nella Liturgia eucaristica, Gesù-Parola vivente del Padre è anche il seme che muore per rivivere in noi e trasformare la nostra vita.
- Pioggia e neve, per la terra riarsa e assetata sono promessa e premessa di fecondità, sono la condizione perché la semente dia frutto duraturo. La Parola di Dio è questa rugiada celeste di cui il nostro spirito ha assoluto bisogno. Ebbene nell’Eucaristia, come del resto in ogni celebrazione liturgica, la pedagogia materna della Chiesa, distribuisce con larghezza ai suoi figli la Parola. Nella Messa, prima ancora che col suo sacrificio rinnovato, Cristo è presente e operante in noi con la sua Parola (cfr. SC 7).
- Dio semina in noi la sua Parola. La Parola di Dio è un seme ormai potente; ma il Signore non ci costringe ad accettarla; ci chiede di accoglierla con una libera risposta di amore. Dio ci parla anche attraverso gli avvenimenti di ogni giorno, attraverso le persone che incontriamo, gli insegnamenti che riceviamo, se cerchiamo di comprendere tutto ciò alla luce della Parola del Vangelo. Noi stessi, con tutta la nostra persona, con lo stile di vita cristiana, possiamo essere per gli altri “parola che annuncia il Regno”.
- La Parola di Dio che viene donata gratuitamente è il messaggio centrale di questa Domenica. La recente esortazione apostolica “Verbum Domini” di Benedetto XVI (accennata sopra) ripropone il tema centrale della Parola di Dio nella vita della Chiesa; in un passaggio il Papa richiama il dialogo d’amore al quale Dio chiama l’uomo e in cui lo vuole suo partner (cfr. n. 22). Perché non scegliere questa bellissima “riflessione” che il Papa ci ha consegnato come oggetto di studio e meditazione nel tempo delle vacanze???
- Accogliere la proposta di dialogo che il Signore instaura è l’atto della fede con cui il cristiano riconosce di non bastare a sé stesso, ma di avere bisogno della Parola che chiama, illumina, nutre, dà senso, salva; riconosce che la Parola sollecita di essere accolta e allora diventa feconda. L’azione liturgica è luogo privilegiato per questo dialogo, perché ciò che viene annunciato si realizza, diventa vivo nel sacramento che si celebra per essere attuale, storicamente attuale nella vita del cristiano. Non sempre è facile per il sacerdote che presiede l’assemblea e pronuncia l’omelia far cogliere il legame tra le due parti della Messa, che sempre costituiscono un «unico atto di culto» (SC 56); le Letture bibliche di oggi suggeriscono che il dialogo tra Dio e l’uomo, che si attua nell’ascolto della Parola proclamata, trova il suo compimento nell’alleanza sacramentale e nel gesto eucaristico.
- La Liturgia della Parola sia oggi particolarmente curata. Le sequenze rituali e i suoi elementi saranno posti in atto nel rispetto della loro natura: la processione iniziale con l’Evangeliario (attenzione a non confondere il Lezionario con il Libro dei Vangeli!!!) e la presenza dei lettori; un breve canto, all’inizio della Liturgia della Parola, potrebbe aiutare meglio l’assemblea a disporsi all’ascolto; il Salmo responsoriale cantato (almeno il ritornello, ma sarebbe proprio la soglia minima!!!); un’ampia processione all’ambone per la proclamazione del Vangelo accompagnata dal canto dell’Alleluia, eventualmente percorrendo la navata della chiesa; ceri e incenso in onore della Parola di Dio (si potrebbe pensare ad un braciere fumigante ai piedi della mensa della Parola, altrimenti si usi il tradizionale turibolo); l’ambone ornato come un luogo importante ma con gusto e sobrietà.
- Si abbia cura di proclamare per intero la pericope evangelica e di non preferire la forma breve. Dobbiamo imparare a non fare sconti sulla Parola di Dio! Piuttosto cerchiamo di ridurre le nostre “parole” (a cominciare dall’omelia e da didascalie varie, per giungere a interminabili avvisi)!!!
TESTI E MATERIALI
RITI DI INTRODUZIONE E DI CONCLUSIONE
** Riti di Introduzione con Atto penitenziale XV TO A Riti introduzione
** Riti di conclusione XV TO A Riti conclusione
SALMO RESPONSORIALE
** prima proposta, da Psallite
partitura Salmo XV TO A PS
audio
** seconda proposta, da Lodate Dio Salmo XV TO A LD
PREGHIERA DEI FEDELI
** prima proposta XV TO A Pdf 1
** seconda proposta XV TO A Pdf 2
** da Orazionale CEI XV TO OR CEI

