II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – A
Agnello pasquale e luce delle genti
- Concluso il tempo della Manifestazione del Signore, camminiamo lungo i sentieri del tempo. La ferialità è la condizione della nostra vita. Non perché il Signore smette di compiere “grandi cose”, ma perché ci aiuta e ci insegna, attraverso l’ascolto della Parola e la Celebrazione Eucaristica, ad accoglierle e a riconoscerle nella vita di tutti i giorni.
- All’inizio del Tempo Ordinario, come sempre, è bene ricordare le caratteristiche di questo tempo liturgico e dare qualche suggerimento circa la preparazione e la celebrazione delle Domeniche. Sembrerà, probabilmente, superfluo ricordare ogni anno le stesse cose… ma la “prassi” insegna che è bene ricordare e mettere in chiaro alcuni punti. Tempo dell’ascolto e della testimonianza, il Tempo Ordinario o tempo durante l’anno (per annum), contrariamente a quanto si potrebbe credere, è un tempo di particolare importanza a cui forse non si dà la dovuta attenzione. Costretto tra i grandi eventi dei tempi forti, Avvento-Natale e Quaresima-Pasqua, potrebbe apparire nell’immaginario collettivo dei fedeli un tempo meno “forte”, di secondaria importanza. Anche l’appellativo “ordinario” probabilmente trae in inganno, come se stesse a indicare una contrapposizione con la straordinarietà delle celebrazioni del mistero dell’incarnazione, morte e risurrezione del Signore. In realtà, senza il Tempo Ordinario non si comprenderebbe appieno la celebrazione del mistero di Cristo, ovvero l’Anno liturgico nella sua interezza, né avrebbe senso la vita dei credenti; che senso avrebbe se il Natale e la Pasqua fossero vissuti come momenti isolati dai giorni ordinari, senza coinvolgere e permeare l’intera esistenza dei singoli fedeli e di tutta la comunità ecclesiale. D’altronde, nei primi secoli dopo Cristo, prima che l’Anno liturgico fosse strutturato intorno ai tempi forti, le Domeniche non avevano alcun titolo e venivano denominate a seconda della festa che le precedeva o le seguiva, ma non per questo erano ritenute poco importanti. Di fatto, ogni Domenica (la prima e più antica festa dei cristiani… non dimentichiamolo!!!) dell’anno, in quanto celebrazione settimanale della Pasqua del Signore, ha in sé il suo incommensurabile valore. Tuttavia, bisogna attendere la riforma del Concilio Vaticano II che ha restituito il carattere pasquale ad ogni Domenica, affinché le Domeniche del tempo che oggi chiamiamo “Ordinario” ricevessero una continuità che desse spessore al periodo più lungo dell’Anno liturgico. Il Tempo Ordinario, infatti, abbraccia 33 o 34 settimane, sulle complessive cinquantadue del ciclo liturgico: inizia il lunedì dopo la Domenica in cui si celebra il Battesimo del Signore e si protrae fino al martedì che precede il Mercoledì delle ceneri, quando si interrompe con l’inizio della Quaresima, per poi riprendere il lunedì dopo la Domenica di Pentecoste che chiude il tempo di Pasqua.
- La peculiare fisionomia del Tempo Ordinario è data dalla lettura più o meno continua di un testo biblico interrotta dal ciclo pasquale che nulla toglie alla continuità degli eventi, ma anzi dà nuova luce a tutti i momenti della vita terrena del Signore, svelando il fine escatologico della sua missione che nella morte e risurrezione trova il suo culmine. Anteriore alla strutturazione dei cicli dei tempi forti, il Tempo Ordinario è dunque anch’esso un tempo significativo che, evocando progressivamente la vita di Cristo in opere e parole, chiama la comunità dei fedeli all’ascolto e alla testimonianza quotidiana del proprio credo lungo il cammino che conduce alla celebrazione dei grandi misteri della redenzione. Infatti, se nei cosiddetti “tempi forti” celebriamo solo qualche aspetto del Mistero di Cristo, nel Tempo Ordinario contempliamo e celebriamo lo stesso Mistero di Cristo nella sua interezza, nella sua identità più genuina appartenente alle prime comunità cristiane. In un mondo ingiusto e malato di egoismo seguire il Signore per compiere la volontà di Dio significa, allora, porsi in umile ascolto della sua Parola e operare il miracolo della compassione, della solidarietà, della giustizia che genera pace. Mai come in questo nostro tempo, in cui si tende ad accendere i riflettori su eventi straordinari per distogliere l’attenzione dai problemi reali di un’umanità sofferente e dal vuoto interiore che caratterizza le nuove generazioni, è quanto mai importante connotare anche il tempo ordinario come tempo altrettanto “forte”, perché i fedeli comprendano che non esiste un tempo per credere e uno per vivere. Per seguire Cristo non è necessario fare cose straordinarie, ma bisogna rendere straordinario l’ordinario, con piccoli gesti di amore, nella quotidianità della vita, là dove il Signore ci chiama.
- L’una dopo l’altra, le Domeniche del Tempo Ordinario, con le parabole sul regno di Dio, i miracoli di Gesù e i suoi insegnamenti sul valore della condivisione, ci inducono a riflettere sul significato profondo della nostra fede. Passo dopo passo la Parola del Maestro ci aiuta a comprendere se onoriamo Dio con le labbra o con il cuore. E mentre la Parola, come un seme che cade in terra buona, produce i suoi frutti, il nostro cammino alla sequela di Cristo prosegue tra inciampi e cadute, ma a nostra insaputa, «di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce» (Mc 4,27). Chi, allora, davvero crede in Cristo, sa che il suo regno non è di questo mondo e con questa certezza nel cuore affronta ogni difficoltà, ogni tristezza, ogni dolore perché di essi è il regno dei cieli, come ci ricorda la straordinaria pagina delle beatitudini nella solennità di Tutti i Santi, che sembra aprire la strada all’ultima domenica del tempo ordinario, quando con la solennità di Cristo Re, Signore del tempo e della storia, alfa e omega, inizio e fine, ultima Domenica del Tempo Ordinario, si chiude l’Anno liturgico. Il Tempo Ordinario è, pertanto, il tempo della santificazione quotidiana e della perseveranza, rappresenta il pellegrinaggio del cristiano verso la méta finale. Questo ci aiuta ad assimilare e meditare i misteri della vita di Gesù attraverso la lettura progressiva e quasi continua che ogni Domenica si fa della sua Parola. E’ anche il tempo dell’approfondimento della fede che siamo chiamati a vivere nelle nostre Comunità, per calare nella vita quotidiana i misteri della Redenzione che abbiamo celebrato in parte nel tempo di Natale e che proseguiremo a celebrare nel tempo di Pasqua.
- In tutti e tre i cicli (A-B-C) nella seconda Domenica troviamo un testo giovanneo, mentre poi si prosegue, nell’anno A, con la lettura semi-continua del Vangelo secondo Matteo.
- Nella Liturgia odierna ascoltiamo ancora la voce del Battista che indica il Cristo come l’Agnello di Dio. L’espressione “Agnello di Dio” (Vangelo) evoca negli ascoltatori ebrei due immagini distinte, ma in fondo convergenti: l’immagine del Servo di Jahwè che appare «come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori» (Is 53,7), e l’immagine dell’agnello del sacrificio pasquale. Stando alla cronologia giovannea, Gesù fu messo a morte la vigilia della festa degli azzimi, vale a dire della Pasqua, nel pomeriggio, nell’ora stessa in cui, secondo le prescrizioni della legge si immolavano nel tempio gli agnelli. Dopo la morte non gli furono spezzate le gambe come agli altri condannati, ed in questo fatto l’evangelista vede la realizzazione di una prescrizione rituale concernente l’agnello pasquale (Gv 19,36; cfr. Es 12,46). In altre parole Gesù, il Cristo, è l’agnello della Nuova Pasqua che, con la sua morte, inaugura e suggella la liberazione del popolo di Dio. In questa luce va letta la Prima Lettura, che presenta la missione del Servo di Jahwè. Molto presto la Chiesa primitiva ritroverà in Cristo i lineamenti di questo profeta descritto dal secondo-Isaia. Il testo è un brano del secondo dei quattro carmi di Isaia che parlano del “Servo di Jahwè”. Il Servo è una figura simbolica che incorpora in sé tutto il destino di un popolo, e che, mediante il suo compito storico, rivela Dio come salvatore e come liberatore. Il compito del Servo di Jahwè non riguarda solo il ritorno e la liberazione dei profughi ebrei da Babilonia, ma acquista una dimensione ecumenica, universale. La stessa liberazione storica di Israele diventa anticipazione e pegno di una salvezza e di una liberazione definitiva dalle dimensioni cosmiche fino all’estremità della terra. Riconoscendo il Servo di Jahwè in Gesù “Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo”, la Comunità primitiva esprime la propria fede in Cristo liberatore e salvatore del mondo.
- L’uomo moderno sembra davvero convinto di essere padrone del suo destino. Oggi c’è un nuovo modo di porre e di vivere il problema della salvezza. All’uomo di oggi arride una nuova speranza terrena. Da teocentrica la visione dell’uomo diventa geocentrica e antropocentrica: si è operato un radicale spostamento di interessi, un’autentica rivoluzione copernicana nell’universo spirituale dell’uomo. Egli non appare più ai propri occhi come pellegrino che percorre frettolosamente la valle di lacrime di questo mondo, tutto teso verso la terra promessa dell’aldilà. Egli diventa sempre più un sedentario; alla mobile tenda ha sostituito la solida casa di pietra. Le uniche frontiere che conosce sono quelle terrestri e temporali. Alla speranza teologale ha sostituito una speranza umana e terrena. Una nuova missione e una nuova azione danno un senso nuovo alla sua vita: quello della conquista graduale e inarrestabile del mondo. La fedeltà alla terra e la preoccupazione della costruzione della città terrena hanno avuto ragione sulle speranze e sulle preoccupazioni escatologiche. Una nuova fiducia nell’uomo sta alla base di questa lotta gigantesca. L’uomo non attende più la salvezza dall’esterno, ma se la costruisce con le sue stesse mani. Ma forse, oggi, l’uomo si accorge di avere avuto troppa fretta nel proclamare la sua completa autonomia e nel gridare che Dio non c’è, o è inutile. La ubriacatura del progresso ha reso l’uomo, soltanto per poco, cieco di fronte ai permanenti squilibri che esistono nel mondo e ai fenomeni nuovi, preoccupanti nella loro stessa novità. Il mondo si presenta ancora pieno di problemi insoluti. Risolti alcuni problemi, altri ne rimangono la cui soluzione sembra lontana o addirittura impossibile, mentre sempre nuovi problemi insorgono, creati dallo stesso progresso, dalla scienza e dalla tecnica. La scienza e l’attività tecnica d’altronde, pur tendendo alla salvezza dell’uomo, sono solo uno dei modi per tendervi, anzi rappresentano solo l’aspetto più primitivo, più rudimentale e superficiale della soluzione dei problemi umani; altri problemi permangono sui quali la tecnica e la scienza positiva non hanno nulla o poco da dire. Inoltre, l’uomo si è accorto che il progresso tecnico è fondamentalmente ambiguo, aperto, cioè, sia al bene come al male, alla salvezza come alla perdizione dell’uomo. L’esperienza scottante di due guerre mondiali, i campi di sterminio, le paurose devastazioni delle bombe atomiche, lo squilibrio prodotto nell’ecologia, l’inquinamento atmosferico, le fosche e apocalittiche visioni dei futurologi, gli ripropongono il problema di una “salvezza” che ha dimensioni più vaste e più profonde.
- Questa Domenica è ancora caratterizzata dal tema della “manifestazione del Signore”, che dà inizio alla sua vita pubblica e viene indicato dal Battista come l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo. È, quindi, opportuno mostrare la continuità con le due feste precedenti: Epifania e Battesimo.
- La Parola di oggi ci invita a mettere piede nel “nostro” tempo ordinario, che spesso evoca routine e ripetitività, come un “prolungamento” nella nostra umanità, nella nostra storia, nelle nostre vocazioni, di quello che abbiamo vissuto a Natale: Natale non è finito ma comincia a prolungarsi nella nostra vita! Nel Vangelo, attraverso la testimonianza di Giovanni Battista, troviamo due passaggi importanti per prolungare il dono di “Dio che si è fatto uomo” nella nostra vita. Il primo lo troviamo all’inizio del brano evangelico: «Giovanni vide Gesù andare verso di lui»: Natale è questo, aver sperimentato, gustato, l’iniziativa di Dio Padre che ci è venuto incontro con il suo amore rivelato nel Figlio che si è fatto uomo. Al principio della nostra vita non c’è qualcosa che ci diamo da soli, ma c’è un dono: l’amore gratuito di Dio che si è fatto carne in Cristo! Essere cristiani è vivere continuamente nella memoria di essere destinatari di un amore che ci fa figli amati di Dio e che ci raggiunge dentro ogni nostra situazione, al di là di ogni situazione. Ma c’è di più: Giovanni non riconosce solo l’iniziativa di Gesù che viene incontro a lui ma lo riconosce come “Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo”. L’amore di Cristo ha compiuto e compie per noi tutto questo, si fa solidale con ogni uomo per raggiungerlo lì dove ogni uomo rischia di restare solo: nell’esperienza del limite, della morte e del peccato. Il “peccato”, infatti, di cui parla il Battista, è non credere all’amore di Cristo e allora davvero il più grande male che ci possa capitare è pensare che in alcuni momenti noi restiamo soli. Nella nostra vita ci sono infatti situazioni in cui ci sentiamo affogare perché sentiamo che nessun uomo, per quanto solidale, possa raggiungerci: è quando sperimentiamo il limite di quello che siamo, i limiti che ci ha riservato la vita, dei nostri fallimenti o quando siamo chiamati ad affrontare il mistero della morte e della sofferenza oppure quando ci accorgiamo del male che abbiamo fatto, degli sbagli, a volte indicibili, che abbiamo compiuto a cui non possiamo riparare Se noi restiamo soli in questi momenti, veniamo soffocati dalla tristezza, dalla rabbia, dalla nostalgia… ed è proprio lì che l’Agnello di Dio ci raggiunge, si fa solidale con noi e con noi attraversa questi momenti per tirarci fuori con il suo amore e la sua misericordia. Questa è l’esperienza che sta al principio di tutto quello che viviamo, delle nostre scelte, dei nostri atti. Il secondo passaggio per cominciare a prolungare Cristo nella nostra vita, lo troviamo ancora nella Prima Lettura quando Isaia dice del servo di JHWH: «E’ troppo poco che tu sia servo per restaurare… e ricondurre… io ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza». Nella nostra esperienza di fede non esiste il momento in cui gustiamo l’amore di Cristo che ci libera e ci rinnova senza che questo non diventi testimonianza nella nostra vita! L’amore è sempre qualcosa di contagioso, che ci spinge fuori, verso gli altri. E’ una presenza che si allarga fino ad afferrare tutto; bellissime in merito, le parole del Battista: «Io ho visto e ho testimoniato». Saper vedere Cristo e il suo amore nelle nostre scelte ordinarie, nelle persone presenti nella nostra vita. Ma questo non si acquisisce una volta per tutte o con lo sforzo volontaristico, altrimenti ridurremmo tutto all’osservanza di una dottrina o di un modello… la nostra fede non è una dottrina ma un cammino in un’esperienza di amore e come ogni cammino comincia sempre dalla decisione e dalla gioia di provarci perché è innanzitutto Dio che ci prova sempre e ancora una volta con nosrea vita!
- Si sottolinei il gesto della fractio panis, cantando le litanie dell’Agnello immolato mentre il Celebrante spezza il pane eucaristico e ne infonde un frammento nel calice. Non è mai possibile accompagnare tale gesto con il canto della pace, così come non è ammissibile compiere la fractio panis mentre ancora nell’assemblea c’è chi si scambia il gesto di pace!
TESTI E MATERIALI
RITI DI INTRODUZIONE E DI CONCLUSIONE
** Riti di Introduzione con Atto penitenziale II TO A Riti introduzione
** Riti di conclusione II TO A Riti conclusione
SALMO RESPONSORIALE
** prima proposta, da Psallite
partitura Salmo II TO A Psallite
audio
** seconda proposta, da Lodate Dio Salmo LD II domenica ordinaria A
** terza proposta, dal m° Impagliatelli
partitura Salmo II TO A Impagliatelli
audio
PREGHIERA DEI FEDELI
** prima proposta II TO A Pdf 1
** seconda proposta II TO A Pdf 2
** terza proposta
** da Orazionale CEI Pdf II TO OR CEI

