Testi per celebrare

XXX Domenica del Tempo Ordinario A – 2026 –

XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – A

Capaci di amare te sopra ogni cosa

e il prossimo come noi stessi

 

 

  • Oggi risuona solenne la proclamazione del comandamento dell’amore. Il Signore lo indica come centro e cuore della fede cristiana, fonte di ispirazione e di normatività per parole, gesti e atteggiamenti, sia del culto che della vita. La lex orandi può dunque aiutare la lex credendi, esprimendo nel culto quanto va vissuto nel concreto, attraverso la valorizzazione di tutti i momenti che manifestano che la Chiesa è comunione di amore. La fantasia della creatività liturgica non conosce limiti, ma altrettanto deve essere per la creatività dell’amore e delle sue opere. Così in questa Domenica deve fiorire ancora una continua nuova espressività della carità.
  • Bisogna allontanarsi dagli uomini per trovare Dio? E chi ha trovato Dio può ancora ritornare verso gli uomini e vivere con loro, interessarsi di loro e lavorare con loro e per loro? In altre parole, l’amore di Dio e l’amore degli uomini sono compatibili o, al contrario, l’uno esclude l’altro in modo che bisogna assolutamente operare una scelta? Ognuna di queste domande ha ricevuto da Gesù una risposta essenziale: il primo comandamento è di amare Dio, e il secondo, che gli è simile, è di amare gli uomini. Non si può, dunque, pensare che l’entrata di Dio in una coscienza provochi l’esclusione dell’uomo (Vangelo). Anzi, i testi più sicuri del messaggio dell’Antico Testamento e di Gesù ci portano a credere con certezza che l’incontro con Dio rinnova e perfeziona l’attenzione e la sollecitudine verso gli uomini (Prima Lettura). «Dio quando si rivela personalmente lo fa servendosi delle categorie dell’uomo. Così egli si rivela Padre, Figlio, Spirito di amore; e si rivela supremamente nell’umanità di Gesù Cristo. Per questo, non è ardito affermare che bisogna conoscere l’uomo per conoscere Dio; bisogna amare l’uomo per amare Dio» (RdC 122b). Ma occorre approfondire alcuni problemi che sono imposti dagli stessi testi evangelici. Bisogna amare gli uomini, ma bisogna anche guardarsi dal mondo, saper lasciare il padre e la madre… Come accordare tra loro proposizioni che, a tutta prima, sembrano andare in direzione opposta? Dovendo assolutamente scegliere tra l’uomo e Dio, come fare? L’amore degli uomini non minaccia, a volte, l’amore di Dio? Mai la Scrittura e la tradizione cristiana hanno permesso al cri­stiano di disinteressarsi dell’uomo, sotto il pretesto di interessarsi unicamente di Dio. Mai hanno lasciato di indicare nel servizio dell’uomo un modo di servire Dio.
  • L’attenzione a Dio e l’attenzione all’uomo non sono così facilmente separabili. Il coltivare la “vita interiore” è un valore cristiano, un valore permanente, come il bisogno di raccoglimento. Però la “vita interiore”, quando è cristiana, non solamente non è monologo, ma neppure un parlare con Dio solo. Incontrando Dio nell’orazione il cristiano, più o meno presto, incontra inevitabilmente gli uomini che Dio crea e vuol salvare. Egli non può non sottoscrivere queste righe del p. Ricoeur: «La mia vita interiore è la sorgente delle mie relazioni esteriori. All’opposto delle sapienze meditative e contemplative della fine del paganesimo greco o dell’Oriente al di là dell’Indo, la predicazione cristiana non ha mai opposto l’essere al fare, l’interiore all’esteriore, la teoria alla prassi, la preghiera alla vita, la fede alle opere, Dio al prossimo. E’ sempre nel momento in cui la Comunità cristiana si disfa o la fede decade, che la si vede abbandonare il mondo e le sue responsabilità e ricostruire il mito dell’interiorità. Allora il Cristo non è più riconosciuto nella persona del povero, dell’esiliato, del prigioniero».
  • Il cristiano può allontanarsi momentaneamente dagli uomini, per pregare, per non pensare che a Dio. Può fare un’ora di meditazione senza ritrovare, espressamente, nella contemplazione di un mistero divino, il pensiero dei bisogni degli uomini… Questo, anzi, diventa, in certi momenti, una sentita necessità. Nella vita cristiana come nella vita umana in genere, esistono normalmente dei ritmi; si va dalla contemplazione all’azione, e dall’azione alla contemplazione. Ma l’allontanamento dagli uomini è sempre e solo provvisorio. Così, come accade all’interno della nostra esistenza nella quale si succedono momenti di ritiro a momenti di intensa attività; anche all’interno della Chiesa vediamo contemplativi e attivi. Il mistero di Cristo è vissuto nella Chiesa dal suo complesso, nell’insieme dei suoi membri e in quello dei secoli. Il contemplativo serve gli uomini servendo Dio, l’attivo serve Dio servendo gli uomini. I due esprimono, specializzandosi nell’imitazione dei Cristo, uno stesso e unico mistero: quello della vita religiosa del Verbo incarnato. Così è capitato e capita ancora nella storia della Chiesa. Il santo Curato d’Ars sospirava il convento e la solitudine mentre si prodigava fino in fondo a favore degli uomini; e il convento ha dato alla Chiesa grandi papi, grandi vescovi, grandi riformatori e missionari che sono passati dalla contemplazione e dalla solitudine all’azione più indefessa e senza soste.
  • La distanza fra la prima pagina biblica (Es 22,20-26) e la terza (Mt 22,34- 40) della odierna Liturgia della Parola può essere colta con evidenza da chiunque accosti fra loro i due testi. Non si tratta solamente di scritti bibli­ci differenti per provenienza e formulati in un diverso genere letterario, ma hanno per destinatari l’uno l’antico Israele, quando questi era all’inizio della sua avventura religiosa con Dio, e l’altro i discepoli di Gesù, quando veniva­no da lui introdotti ad una più intima relazione con Dio e con il prossimo. Ciò che risalta, infatti, in maniera singolare nel testo evangelico, rispet­to a quello legislativo mosaico, è che tra tutte le prescrizioni catalogate dai rabbini nel Pentateuco Gesù ha indicato una sola richiesta fondamentale: Amerai! Con due riferimenti fra loro connessi e complementari: Dio e il prossimo. Dunque, non una sequenza impraticabile di norme apodittiche da eseguire – un giogo che né i nostri padri né noi siamo stati in grado di portare (così San Pietro, al concilio di Gerusalemme: At 15,10) – bensì un appello ad amare, rivolto alla libera risposta personale! Per amare, infat­ti, occorre essere liberi; l’amore autentico o trova l’uomo libero, o gliene fa vivere una progressiva esperienza. A tale riguardo, Paolo scrive in Gal 5,13-14: «Voi, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Che questa libertà però non divenga un pretesto per la carne; me­diante l’amore siate invece a servizio gli uni degli altri. Tutta la Legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: Amerai il prossimo tuo come te stesso».
  • «Amerai…». Come ricorda anche Benedetto XVI nell’enciclica Deus caritas est, questo verbo pone un vero dilemma. Da una parte il termine “amore” oggi è diventato una delle parole più usate e anche abusate (n. 2), alla quale annettiamo accezioni del tutto differenti. Dall’altro, «Dio è amore» esprime la centralità della fede cristiana, che ha accolto il nucleo della fede di Israele e al contempo ha dato a questo nucleo una nuova profondità in Cristo. Il divario tra il linguaggio comune e il linguaggio della fede obbliga il credente a non accontentarsi di generali e ambigue affermazioni sull’amore. E’ fondamentale che egli assuma tale termine nella ricca accezione biblica, scoprendo il cuore di Dio entro le azioni e le parole della Storia della Salvezza. L’amore cristiano ha nell’amore di Dio la propria origine, forza e riferimento, e questo è lontano da ogni retorica sentimentale e mal sopporta generiche esortazioni. Al centro ha, infatti, l’evento sconvolgente della morte di Cristo, sacrificio di perenne valore e totale donazione, croce che dice amore salvifico e di perdono, amore creatore e libero.
  • Questa Domenica è per gli operatori pastorali l’occasione per una verifica sulla loro unione e comunione che permette di rendere testimonianza in mezzo ai fratelli. Occorre che ognuno lavori su sé stesso, magari con l’aiuto di un direttore spirituale che lo accompagni, senza mai sostituirsi nelle sue scelte e risposte al Signore. Il carattere di ciascuno dev’essere lavorato, limato, sino ad assomigliare davvero a Gesù buon pastore, mite e umile di cuore. Tutto ciò va unito con la preghiera assidua e quotidiana, con la frequenza ai Sacramenti, con la pratica della lectio divina, ad esempio sul Lezionario del giorno, dedicando del tempo alla sana lettura, all’ascolto, alla preghiera.
  • Una volta un maestro nella Scrittura, parlando a un folto gruppo di operatori di diverse Parrocchie, disse: «Il cristiano deve pregare almeno un’ora e mezza al giorno!». Alcune catechiste, uscendo, commentavano: ma forse lo ha detto per le suore! No, lo aveva detto davvero per tutti! Ma dove e come trovare il tempo in famiglia, con il lavoro e tutti gli altri impegni? E’ tanto necessaria la preghiera che è davvero opportuno trovare degli spazi, magari levandosi prima al mattino, trovando qualche ritaglio di tempo nel pomeriggio o alla sera. Bisogna che ognuno trovi il ritmo e programmi questo impegno come gli altri; la ripetitività, cioè la stessa ora, lo stesso luogo, lo stesso tempo, diventerà respiro indispensabile. Tali momenti servono anche per mettere ordine nella propria vita; si farà fronte a tutti gli impegni e rimarrà del tempo anche per soccorrere i bisognosi. La preghiera personale garantisce l’efficacia delle stesse azioni liturgiche, ne è come la preparazione e il prolungamento. Essa ha lo scopo di cambiare noi, non tanto di ottenere qualche cosa da Dio. Amiamo e frequentiamo Dio non perché ci deve qualche cosa, ci ha già dato tutto, ma perché è Dio. La preghiera è gratuita e occorre che l’operatore pastorale diventi tutto preghiera, come Gesù. Solo così la nostra vita diventa un culto a Dio reso nello Spirito e nella Verità. La mia vita, la mia esistenza, ciò che sono e ciò che opero, è la mia liturgia che trova la sua sorgente e il suo punto d’arrivo nelle azioni liturgiche, sommamente nell’Eucaristia. Una vita tutta carità è proprio il senso delle parole di Gesù: fate questo in memoria di me, cioè prendete la vostra vita e consumatela nella carità, accompagnandola con la preghiera. Allora saremo tutti donati al Padre e diventeremo quel pane buono offerto per la vita dei fratelli.
  • Al momento di accostarsi alla Comunione il gesto si completa nella partecipazione gli uni degli altri e insieme del Signore; esso già vuol dire: ti dono quello che ho, Cristo nostra pace, la mia stessa vita nella tua e insieme nella Sua. Considerando che l’azione liturgica eucaristica è la somma comunicazione e lo scambio tra Dio e l’uomo, richiede la massima attenzione a tutti i linguaggi, specialmente gestuali e non verbali che sono i più intensi. Occorre che chi presiede si renda capace di condurre il rito con agilità, ritmo, senza tempi morti, senza artificiosità e senza fretta. Mantenere il ritmo giusto garantisce la possibilità che i fedeli non si distraggano e siano condotti in maniera quasi impercettibile sino al culmine del rito che è la comunione, attraversando i vari passaggi rituali con naturalezza, come se fossero attirati a voler conoscere come e dove il tutto finisca. Un presidente così non si improvvisa, dev’essere istruito in comunicazione, in pedagogia, deve avvertire il polso della sua assemblea e recuperarla, nel caso in cui gli sfuggisse. È questione di senso pastorale e ancor più di amore e di unzione dello Spirito Santo.

TESTI E MATERIALI

 

RITI DI INTRODUZIONE E DI CONCLUSIONE

** Riti di Introduzione con Atto penitenziale XXX TO A Riti di introduzione

** Riti di conclusione XXX TO A Riti di conclusione

SALMO RESPONSORIALE

** prima proposta, da Psallite

partitura Salmo XXX TO A PS

audio

 

** seconda proposta, da Lodate Dio Salmo XXX TO A LD

** terza proposta, dal m° Impagliatelli

partitura Salmo XXX TO A Impagliatelli

audio

 

PREGHIERA DEI FEDELI

** prima proposta XXX TO A Pdf 1

** seconda proposta XXX To A Pdf 2

** da Orazionale CEI Pdf XXX TO OR CEI